Geografia >
Geografia umana
Miseria e nobiltà
Tutto in Brasile sembra essere “esagerato”: la selva dei grattacieli, distribuiti senza un piano regolatore, che formano la bizzarra skyline di grandi città come São Paulo. La ricchezza dell’architettura barocca, d’origine portoghese, stracarica d’oro zecchino e di riccioli. La finezza delle sabbie atlantiche, che somigliano più a cipria che a rena, tanto i granelli sono sottili ed invadenti. L’arditezza delle architetture moderne, che hanno nella nuova cattedrale di Rio de Janeiro l’esempio più clamoroso (ed anche brutto, a mio modestissimo avviso). I festeggiamenti pazzeschi per il carnevale, che raggiunge il suo acme di notorietà a Rio, dove si sperperano cifre pazzesche (ancora più pazzesche se si pensa che sono soldi cavati dalle tasche di poveracci con redditi al limite della sopravvivenza) per pochi giorni di feste sfrenate, i cui “frutti” nascono dopo i regolari nove mesi di gestazione, tanti bimbi senza padre, concepiti in incontri casuali.
Pure le differenze sociali sono esagerate: ed il popolo dei favelados convive faccia a faccia con il popolo dei quartieri alti, sembrerebbe nella reciproca ignoranza. I meninos de rua e le meninas de programa (ragazzini di strada e giovanissime prostituite) scompaiono di giorno e ricompaiono, come usciti dal nulla, nelle notti delle grandi metropoli, inseguiti dalle milizie private che spesso ne fanno strage, e da “clienti” in cerca di sensazioni “esotiche”.
Accanto a queste miserie la bellezza delle immense spiagge, non le più note e frequentate, ma quelle quasi segrete del nord, con le dune che cambiano di ora in ora la sagoma del paesaggio, sotto l’incalzare dei venti. E che sono a volte trattenute da ciuffi di palme sopra i quali il sole tramonta in uno scoppio di rossi, viola, indaco. La bellezza delle giovani donne, dai corpi scultorei, dai lineamenti fragili e delicati oppure fortemente marcati, a seconda dell’origine. Qui il sangue è sempre misto: Africa, Asia, Europa hanno “esportato” le loro popolazioni, che qui hanno trovato nuova patria. Non è raro, infatti, trovare ragazze o ragazzi dalla pelle quasi ebano e dagli occhi azzurri, dai capelli biondissimi ma crespi come quelli nerissimi africani, oppure chiome nero ebano liscissime, di chiara provenienza asiatica, su pelli bianche come il latte.
Miseria e nobiltà anche negli antichi culti afro-brasiliani che continuano ad essere praticati in segreto o alla luce del sole. Rientrano tutti nel contesto culturale del Candomblé, di diretta derivazione africana; hanno il loro centro tradizionale a Bahia, ma se ne trovano espressioni a Rio de Janeiro, a Recife, dove sono detti Xangò. In tutto il Brasile è diffusa la Macumba e più recentemente si è diffusa la Quimbanda, i cui adepti indossano candidi abiti e mescolano i culti africani all’occultismo occidentale.
Candomblés bahiani sono vere e proprie “chiese” organizzate gerarchicamente, con vergini consacrate (le filhas de santo) e sacerdotesse (le maes de santo). Tamburi e danze conducono gli adepti allo stato di trance. Gli antichi culti africani si sono mescolati spesso con il cristianesimo, in parte imposto con la forza dai conquistatori europei. Perciò non deve stupire che la più celebre divinità, oggetto di grande adorazione popolare, sia Iemanjà, divinità del mare, identificata con Nossa Senhora da Conçeicão (l’Immacolata), anche se è raffigurata come una sirena, corpo di donna e coda di pesce.
Un altro culto popolare, l’Umbanda, è accompagnato da grandi figure con lunghi abiti azzurri che in qualche modo ricordano la Vergine Maria. Così pure Oxala, il maggiore degli Orixas (divinità che incarnano le forze naturali) è identificato con Nosso Senhor do Bonfim.
Questi culti, quasi segreti, perché anch’essi sono diventati ormai parte del folclore ad uso turistico, sono serviti (e in parte ancora servono) a non fare perdere le proprie radici ai figli e nipoti degli antichi schiavi, importati dall’Africa con le navi negriere, ed adibiti - fino alla liberazione - alla coltivazione delle grandi piantagioni (caffè, cacao).
I figli e i nipoti degli schiavi formano la popolazione delle favelas, gli agglomerati urbani “che non esistono”, poiché nessuna municipalità le censisce, e quindi non costruisce infrastrutture (elettricità, gas, acqua potabile, fognature…), popolati da non-cittadini (nascono, ma non sono registrati; forse anche muoiono senza che nessuno se ne accorga). Sospinti dalla paura, senza sapere di che cosa vivere, i nonni degli occupanti attuali hanno trasmesso la loro incertezza sul futuro, la loro incapacità di progettarsi. E così anche i nipoti vivono alla giornata. È l’oggi che importa, del domani non c’è certezza.
Nel Brasile le sacche di miseria sono inenarrabili, come generalmente lo sono quelle dei Paesi in via di sviluppo. Eppure il Brasile è una terra ricchissima: delle acque e delle foreste ho già detto. Ma anche di minerali: l’oro che si scava nel garimpo, orrenda miniera a cielo aperto dove migliaia di disperati (i garimpeiros, spesso giovanissimi) risalgono con estrema fatica scoscese pareti di fango portando pesantissime ceste in cui le pepite sono mescolate al terriccio; il petrolio, l’oro nero, per il quale il Brasile è quasi autosufficiente; le pietre preziose, come i famosi smeraldi; le pietre semipreziose, che qui servono per decorare muri e selciati. E poi manganese, ferro, alluminio… Una quantità di materie prime e di prodotti agricoli: nel sud del Brasile l’agricoltura è di tipo europeo (qui si sono stabilite grandi comunità d’origine italiana, tedesca, portoghese, spagnola, polacca…) ed è molto fiorente.
Il Brasile esporta in tutto il mondo frutti esotici: o mamão che noi conosciamo come papaia, il mango, la castanha de cajù che noi conosciamo come anacardo e mangiamo, tostato e salato, insieme con nocciole e mandorle. Per non parlare delle saporitissime banane di ogni forma e grandezza, degli ananas succosi che qui si chiamano abacaxi, e di altri frutti dai sapori squisiti, quasi sconosciuti (come la cerola, o la carambola). Frutti con i quali si ricavano nei bar più lussuosi, nei ristoranti di grido come sulle bancarelle polverose ai bordi delle strade, saporitissimi sucos, spesso unica risorsa e ristoro nelle roventi estati del nord. Anche queste sono ricchezze da non sottovalutare.
Eppure il Brasile non riesce ad eliminare (complice una politica economica disastrosa, basata sul possesso da parte di una vera e propria oligarchia della maggior parte delle ricchezze) vastissime sacche di miseria: i sem terra (braccianti senza terra, senza casa, senza un ubi consistam, che ricordano da vicino i protagonisti del mitico capolavoro cinematografico di Ermanno Olmi L’albero degli zoccoli), il già citato popolo delle favelas, delle baixadas (territori cittadini posti sotto il livello del mare, e spesso inondati dalle piogge); i piccoli operai e impiegati che arrivano appena appena a guadagnare quanto serve a comporre la cesta basica, cioè il minimo commestibile per la sopravvivenza… Una folla di gente che sopravvive, una folla di gente i cui bambini non sorridono mai, non hanno un giocattolo; tra cui non vedi vecchi, perché la vita media è bassissima… Tutto in Brasile sembra essere esagerato: la ricchezza come la miseria.